Il recruiter è incazzato perché sei venuta al colloquio

Il recruiter è incazzato perché sei venuta al colloquio

Nota. Scritto da “A”, pubblicato da David Buonaventura.

La prima selezione inumana è successa non ricordo di preciso il giorno o il mese, so solo che c’era freddo e il periodo era quello invernale tra fine 2009 e inizio 2010 e per la rabbia cercai di dimenticare tutto l’accaduto.

Lessi un annuncio in cui la figura ricercata era un disegnatore meccanico. Cercavano qualcuno con esperienza. L’azienda era a poco meno di 20km da casa, c’era da anni e provai a buttarmi.

All’epoca sapevo a malapena usare le funzioni base di SolidWorks, ma mi feci coraggio e scrissi una mail di presentazione con allegato il mio cv spiegando che ero studentessa alla facoltà di ingegneria e che cercavo un lavoro che mi permettesse di mettere a frutto quanto studiato.

Scrissi che ero inesperta, che necessitavo di formazione e, se avessero voluto prendere in considerazione la mia candidatura per un profilo inferiore a quanto ricercato, io ero disponibile.

La voglia d’imparare non mi è mai mancata.

Ricordo che quando scrissi quella email erano circa le 11 del mattino ed ero a casa di un’amica a studiare. Durante il pranzo (le 12,30) ricevetti una telefonata. Era l’azienda, parlammo tanto per telefono e spiegai chiaramente il mio profilo e ci mettemmo d’accordo per la data in cui sostenere il colloquio.
Saltai di gioia e la mia amica con me.

Il giorno del colloquio mi presentai quella decina di minuti scarsa prima dell’orario previsto per l’incontro.


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Suonai al citofono e mi risposero che entrambe le persone che avrei dovuto incontrare non c’erano e mi chiesero per quale ragione ero lì. Dissi che mi ero accordata per un colloquio di lavoro e mi fu risposto che non ne sapevano nulla.

Mi fecero entrare e aspettare 40 minuti sul pianerottolo della scala intanto che qualcuno cercasse di far luce sull’accaduto. In quel momento da felice che ero stavo sprofondando in un baratro di emozioni negative e spaventose con le quali ho lottato fino all’ultimo. Mi fecero entrare e accomodare all’ingresso dell’azienda (era situata al primo piano) dove aspettai un’altra ora buona. L’azienda era di medie dimensioni, da anni era presente sul territorio (ci passavo davanti tutti i giorni quando dovevo andare a lezione in facoltà) e speravo di trovare quel lavoro che mi avrebbe permesso di far uscire il mio potenziale.

Un ragazzo mi chiamò e mi fece accomodare in una fredda e buia stanza dove mi chiese perché ero lì e alla mia risposta mi disse che nessuno ne sapeva nulla e che entrambe le persone con cui mi ero accordata non c’erano e non avevano avvisato nessuno. Finse di fare un colloquio, non si presentò nemmeno e l’atteggiamento era di qualcuno estremamente incazzato perché costretto a fare qualcosa che gli tirava il culo fare:

Ragazzo: “Sei diplomata al classico, quindi per quanto riguarda il disegno tecnico tu non sai niente!”

Io: “in realtà ho sostenuto l’esame di disegno tecnico e con dei voti abbastanza alti”

Ragazzo: “Ma è risaputo che all’università danno voti a caso e soprattutto insegnano da cani”

Io: “Sul come insegnano gli insegnanti non commento, ma su quanto ho appreso io Le dico che, pochi giorni dopo aver dato l’esame, sono andata dal prof. e mi sono fatta spiegare per filo e per segno gli errori che ho fatto. Non tollero ignorare i miei errori, credo siano un buon modo per imparare. Rendersi conto di cosa si è sbagliato è il modo migliore per marchiarsi a fuoco nel cervello una data cosa”

Ragazzo: “Vabbè, dai andiamo avanti, vieni al pc che ti faccio fare una prova per vedere se sei il profilo richiesto dall’azienda.”

Io: “guardi che gli accordi presi con i suoi colleghi erano per una figura da formare, non una persona esperta.”

Ragazzo: “Non me ne frega niente.”

Io: “Va bene, proviamoci!”

Mi accompagnò ad un pc e mi portò uno sgabello di una scomodità più unica che rara sul quale mi appollaiai per fare questo disegno.

Quando vidi il disegno mi sono subito resa conto che era rifilare il proprio lavoro ad altri.

Feci il disegno e quando lo finii il ragazzo cominciò ad umiliarmi per ogni errore fatto.

Mi mandò via in malo modo.

Uscii da quell’azienda mantenendo un certo contegno perché non volevo mostrare “il mio cuore spezzato”. Piansi per ore quel giorno.

Non richiamai mai più semplicemente perché dal modo in cui si sono comportate tutte le persone della controparte sapevo che un’azienda del genere era solo fuffa.

Anni dopo un amico, che non sapeva nulla di questa storia, mi disse che cercavano e di provare a mandare il mio cv in quell’azienda che era uno studio abbastanza grande e che magari mi avrebbero dato una possibilità.

Gli risposi con una volgarità che lo disarmò e poi gli raccontai l’accaduto.

Ricordo ancora il suo sguardo mutare mentre gli raccontavo la storia allo stesso modo in cui De Niro lo fa in Sleepers. Ovviamente la mia era una storia meno raggelante di quella del film, ma quella scena rende davvero l’idea.

A.

Nota. Questo racconto ci è stato inviato da una lettrice di Selezioni Inumane di cui preserviamo l’anonimato. Ci fidiamo della sua testimonianza per cui non abbiamo effettuato alcuna verifica. Il testo è stato leggermente modificato nella forma e nel contenuto per garantire che nessuno si riconosca nella vicenda.

Se anche tu vuoi raccontare la tua storia, puoi trovare le istruzioni nell’apposito capitolo di Selezioni Inumane. Noi la pubblicheremo in questo blog e su tutti i canali social di Colloquio Diretto e Risorse Inumane.

Ciao
David

David Buonaventura

David Buonaventura è il creatore di un Metodo per trovare lavoro evitando i pregiudizi a cui i candidati sono fatti oggetto durante le selezioni. Ha un hobby: superare quei recruiter che non meritano questo titolo.

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